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Formazione

Faccio formazione dal 2017. È la linea del mio lavoro che non si è mai interrotta: negli anni è cambiato quello che avevo davanti, non il mestiere. E continua adesso, di fianco al resto del lavoro.

L'ho fatta con le aziende, sia per conto di enti di formazione sia per conto mio, e l'ho fatta con persone disoccupate, per gli enti. Sono due mestieri diversi e li dico tutti e due, perché tenerli insieme sotto la stessa parola non renderebbe l'idea. In azienda le persone che ho davanti si conoscono già: tornano al loro posto il giorno dopo, con gli stessi colleghi e lo stesso capo, e quello che ci siamo detti in aula lo portano lì o non lo portano da nessuna parte.

A cosa è servito

È la domanda che ho imparato a fare alla fine, e per un po' me la sono fatta con una certa preoccupazione. La risposta che torna più spesso non è quella che uno si aspetta: non è il corso in sé ad aver spostato qualcosa. È il confronto che nasce dopo, il fatto che di quella cosa lì si sia cominciato a parlare, e la rete che si è formata fra persone che prima non si parlavano. Con chi un lavoro lo sta cercando quella rete non c'è già.

Qualche anno dopo ho scritto ad alcune persone che erano state ai miei corsi, per sapere com'era andata. Chi mi ha risposto mi ha detto la stessa cosa: il corso in sé, a distanza, non gli era servito. Gli era servito per rientrare, e per ricominciare a provarci.

Vale anche in azienda, e vale soprattutto sui temi che dividono. Su certe cose le persone hanno idee diverse e smettono di dirsele: l'aula è il posto dove tornano a dirsele, con qualcuno in mezzo. Quello che succede lì dentro non lo misuro, e non prometto che succeda.

In aula

A volte è una giornata sola, a volte un ciclo di incontri che torna a distanza di settimane, e la differenza non è la durata: è cosa si può fare. In una giornata si apre un tema, ci si sta dentro, e quello che si è aperto lo si chiude prima di uscire. In un ciclo si può fare un'altra cosa: si torna su quello che è successo in mezzo, tra un incontro e l'altro, e quello che è successo in mezzo di solito è la parte migliore.

Prima di cominciare guardo chi c'è: chi lavora con chi, chi ha portato il tema e chi ci si è trovato dentro senza averlo chiesto. Non è una formalità di apertura. Chi siede in quella stanza decide cosa si può dire, e quindi cosa si riesce a fare in quelle ore.

Uno a uno

Nel formato individuale l'ordine lo decide il materiale che la persona porta: quello che le succede al lavoro e anche quello che si porta dietro da fuori. Lo analizziamo insieme. Per me non è uno scarto dal mandato formativo, è quello che lo rende applicabile: se si lavora su un caso vero, quello che ci diciamo ha dove attaccarsi.

Un'ultima cosa: la qualifica con cui mi presento resta psicologo, non formatore. La formazione la faccio, e la faccio da prima di essere iscritto all'albo, ma il titolo che porto è quello, e preferisco dirlo io.

Il resto di come entro e come lavoro sta in come lavoro; da dove vengo e dove sto, in chi sono.