Se ti viene in mente il mio nome
Ti è venuto in mente il mio nome: per un'azienda che segui, per un collega, per il posto in cui lavori tu. Questa pagina non ti chiede di farlo. Serve a chi ci sta pensando e vuole sapere prima come va a finire.
Perché la domanda vera non è se io sia bravo. È cosa succede al rapporto che hai tu con chi il nome lo riceve, che è una cosa costruita in anni e che non dipende da me. Il rischio non è che il lavoro vada male: è restarci in mezzo.
Ecco cosa succede. Sento l'azienda, capisco qual è il problema, e se ha senso propongo un incontro. Quel primo incontro non lo fatturo e non impegna a niente: né l'azienda, né te che hai fatto il nome. Se da quello che mi raccontano capisco che non è roba mia lo dico subito, e lo dico in modo che non risulti che sono stati mal consigliati: dico che non è il mio mestiere, non che il problema non c'era. Se so a chi rivolgersi lo indico.
Poi c'è il confine sulla riservatezza, e vale anche verso di te. Quello che emerge dal lavoro non torna indietro a chi ha fatto il nome, esattamente come non torna a chi paga. Non ti racconto come è andata, non ti dico cosa ho trovato, non ti dico chi ho sentito. Se l'azienda vuole tenerti al corrente, quella è una scelta sua: la sola cosa che non succede è che lo faccia io, né adesso né fra un anno.
Soldi e favori non c'entrano: niente provvigione se il lavoro parte, niente scambio di nomi, e non ti chiederò di rifarlo.
E funziona anche al contrario: se per un lavoro la persona giusta sei tu, mi faccio da parte e il tuo nome lo faccio io. Non per ricambiare, ma perché è la persona giusta al posto giusto. Sono iscritto a un albo e rispondo a un codice deontologico: questa non è una cortesia, è il perimetro dentro cui lavoro.