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psiCostapsiCosta

Ha perso la voglia

Fa quello che gli chiedi. Non sbaglia, non protesta, non arriva tardi. Esegue gli ordini e finisce lì. Prima ti veniva a dire che una cosa non tornava, per evitare un problema. Si fermava oltre l'orario quando c'era da chiudere, teneva d'occhio i ragazzi nuovi senza che nessuno gliel'avesse mai messo per iscritto. Adesso a fine turno è già in cortile, e se una rogna non ha il suo nome sopra aspetta che qualcuno gliela assegni.

Quello che rende difficile accorgersene è che è successo piano. Non c'è una settimana in cui è cambiato: c'è una serie di cose che hanno smesso di succedere, una alla volta, e ognuna da sola non valeva una domanda. Te ne accorgi il giorno in cui ti serve una cosa che prima arrivava da sola e non arriva. Poi ci ripensi e ti accorgi che sono mesi. In reparto lo sanno da prima di te, e ognuno se l'è spiegato a modo suo: che è stanco, che ha qualcosa a casa, che ce l'ha con qualcuno, che ha capito l'antifona. Nessuna di queste versioni gli è mai stata chiesta a lui.

Intanto il pezzo di azienda che teneva in piedi resta in piedi lo stesso, perché lo tiene l'abitudine. La domanda che ti fai è se è una fase che passa da sola, come capita a tutti in certi periodi, o se nel lavoro è cambiato qualcosa che nessuno è ancora andato a guardare.

Sento prima te, che mi hai chiamato: che cosa hai visto, che cosa ti arrivava prima e non ti arriva più, da quando te ne sei accorto. Poi sento lui, da solo. Se ci arriva pensando di essere sotto esame mi racconta la versione che si racconta in mensa, e quella non serve. Chiedo come è cambiato il suo lavoro negli ultimi mesi, e in particolare che cosa faceva prima e adesso non fa più, e da quando. Guardo che cosa gli è stato tolto o aggiunto senza che nessuno l'abbia deciso davvero, chi ha smesso di passare da lui, se il pezzo che regge è cresciuto mentre il resto è rimasto uguale. Poi sento chi lavora con lui tutti i giorni, non per farmi dare un giudizio ma perché sanno quando è cambiato. Se da lì viene fuori che c'è materiale suo su cui vale la pena lavorare, quello è un accompagnamento psicologico individuale. Lo imposto con lui. Quello che mi racconta lì resta tra me e lui: è una regola del mestiere, e la dico a tutti e due prima di cominciare. Il resto di come procedo lo racconto in come lavoro.

Se quello che mi chiedi è di rimetterlo com'era, non te lo prometto: si può guardare che cosa è successo e che cosa si può muovere, e può anche finire che la cosa da muovere non sia lui. E se lui con me non ci vuole parlare, non insisto: non lavoro contro la volontà di una persona. Te lo dico e vediamo cos'altro si può fare.